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15 aprile 2011

Gli immigrati si sentono italiani. Grazie al lavoro

Lei si chiama Dorina, lui Ricardo, lui Radu. Vengono dall’Albania, dal Perù e dalla Romania, eppure si sentono italiani. Parlano la nostra lingua: l’82% di loro si rivolge in italiano a tutti colleghi di lavoro, compresi gli stranieri di altre nazionalità, e soltanto il 24,6% usa ancora la linguamadre per conversare con i propri famigliari. E sono molto legati al Belpaese: solo il 21% è disponibile a trasferirsi dal posto in cui vive ora.

Eccolo qui il popolo dei nuovi italiani: immigrati che non si sentono quasi più stranieri nel nostro Paese. La “fotografia” è quella scattata dalla ricerca condotta dal Centro europeo di ricerche e studi sociali (Ceuriss) tra i lavoratori stranieri di Cooplat, una delle più grandi cooperative italiane nel comparto dei servizi, che tra i suoi 3mila addetti ha ben 400 immigrati.
Dallo studio, intitolato “Lavoro e percorsi di integrazione del personale immigrato” e condotto su un campione di 120 lavoratori non italiani, emergono con chiarezza due cose. La prima è il senso di appartenenza all’Italia, mostrato dal 77,8% degli intervistati, contro il 68,9% che dà altrettanta importanza ai riferimenti identitari legati al Paese d’origine. Non stupisce dunque che oltre la metà (il 51%) dichiari di sentirsi “ben integrato” nel nostro Paese, mentre solo il 5% dice di continuare a coltivare un legame prioritario con la madrepatria.

“Questi dati – scrivono gli studiosi del Ceuriss – propongono una lettura in forte controtendenza con le ricerche degli ultimi anni sul senso di appartenenza degli immigrati che vede solitamente primeggiare il legame con la terra di provenienza (con percentuali non inferiori all’85-90%)”. E se accanto a questi dati consideriamo quelli già citati sul rapporto con la lingua italiana, “potremo dire che si materializza il profilo di nuovi italiani già in questa prima generazione di immigrati”.

L’altro dato che salta agli occhi è l’importanza che gli intervistati danno al lavoro, seconda soltanto a quella data alla famiglia e ben più grande della nazionalità e dello stile di vita. Gli immigrati di Cooplat infatti si identificano per prima cosa con il nucleo familiare (68,9%), poi con il lavoro che fanno (45,9%), e i riferimenti allo stile di vita e alla nazionalità vengono solo molto dopo: rispettivamente 27% e 24,6%. E parlando di famiglia, è da notare che il 15,6% è spostata con un/a italiano/a: “ciò – si legge nell’indagine – può essere considerato un ulteriore indice della volontà di radicamento”. Il lavoro appare quindi un elemento molto forte nella costruzione della identità di “nuovi italiani”.

E così come per gli italiani di origine, le brutte notizie arrivano quando si parla di crisi economica: il 46,7% degli intervistati dice di “arrivare con molta difficoltà a fine mese”, soltanto il 18% “riesce a risparmiare qualcosa” e il 14,8% “spende tutto quello che guadagna”.

L’intera ricerca è disponibile sul sito di Cooplat.

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